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Si comincia!

RealestateAtterrai a Tampa nel mese di Agosto. Sinceramente non avrei mai immaginato che la Florida in Agosto potesse essere così calda e incredibilmente umida.

Erano circa le 23, il garage della Hertz era un forno.  Al volante della mia auto, imbocco la freeway in direzione ST. Petersburg. Alle 9 del mattino seguente avrei iniziato il corso di Real Estate.

La sede della società che organizza il corso  è piuttosto informale. Il titolare è una persona altamente qualificata che opera attivamente sul territorio. Il corso infatti, oltre ad una sessione teorica, prevede una parte molto pratica sul campo; visita ai cantieri, lezioni sui materiali, e poi tutta la parte burocratica. Fin dalle prime ore di corso capisco che tutto sembra apparentemente molto semplice, cosi semplice che se non avessi cancellato dalla mente quello che sapevo e che ho metabolizzato svolgendo la mia professione in Italia, avrei rischiato di rendere tutto complicatissimo. Non c’è alcun riferimento a ciò che facciamo  nel nostro paese e alle modalità con cui lo facciamo. 

La prima cosa strabiliante di cui si parla è la creazione di una società in America. Questo è il primo passo. Non è possibile operare come persona fisica ne è possibile lavorare negli Stati Uniti senza un regolare visto. Dunque è necessario operare attraverso una società opportunamente strutturata. Il ruolo di un cittadino extracomunitario in una società americana può essere solo ed esclusivamente quello di Shareholder ovvero di azionista. In Florida c’è un sito governativo pubblico (www.sunbiz.org) dove è possibile verificare gratuitamente l’esistenza di una società, vederne lo statuto , sapere chi l’amministra e chi sono i soci. Attraverso lo stesso sito, è possibile creare la propria. Il costo è irrisorio ma la procedura non è immediata. Si può decidere allora di appoggiarsi ad una società esterna che attraverso un sito Internet offre un servizio all inclusive per la creazione di società americane. A seconda sei servizi richiesti possiamo spendere da un minimo di 79 Dollari ad un massimo di 279 dollari.  Questo indipendentemente dal tipo di società. Se penso a quanto mi è costato nel 2006 aprire la mia società in Italia mi viene da ridere. Ma quali sono le scelte possibili?

Le più comuni forme societarie nel sistema Nord Americano sono:

Le Corporation (o Incorporation), le LLC – Limited Liability Company, le Limited Partnership , le Sole Proprietorship. Tutte le società articolate di qualsiasi genere e struttura (ad eccezione ovviamente delle società costituite da un solo membro) possono essere costituite sia come CORPORATION che come LLC o  LP anche se  le due forme societarie più comunemente utilizzate sono appunto le “Corporation” (c.d. “Inc.” o “Corp.”) e le “Limited Liability Company” (c.d. “LLC”). Sono tutte società di capitale e hanno caratteristiche che le fanno assomigliare, per grandi linee, rispettivamente alle Spa ed alle Srl del diritto societario italiano.

La “Limited Partnership”, invece, è più simile alle SAS italiana, con la limitazione della responsabilità ai soli limited partner (cioè dei soci accomandanti). Per quanto le Incorporation e le LLC abbiano diverse similitudini nel trattamento fiscale, diversi sono invece gli scopi per  i quali vengono costituite. Le LLC sono società fiscalmente più snelle, la tenuta contabile nonchè la dichiarazione dei redditi è decisamente semplificata anche se una LLC non ha tutti vantaggi fiscali di una CORP., che invece  presenta una struttura più complessa e articolata ed una gestione amministrativa e fiscale sensibilmente più impegnativa a fronte però di alcuni vantaggi in più. In alcuni casi è possibile richiedere un regime fiscale per una LLC analogo a quello di una CORP. In questo caso la differenza tra le due forme societarie è pressoché nulla.

Le società americane sono soggette al potere amministrativo e giurisdizionale dello Stato di costituzione, oltre a quello dello Stato dove l’azienda è domiciliata fisicamente e degli stati ove l’azienda svolge attività commerciali. Ogni Stato dell’Unione ha un proprio corpo di leggi scritte e di giurisprudenza. Diventa dunque importantissimo stabilire in quale stato la società sarà operativa e dove costituirla al fine di ottenere la massima semplificazione possibile.

La mia immaginazione comincia a viaggiare e l’idea di addentrarmi nei meandri fiscali americani mi piace oltremodo. Sarà il primo passo da compiere, dobbiamo farlo bene. La sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto , non è mai stata così forte.

arch. Simone Galiberti

www.americainvest.net

7 Dreams Real Estate Share Holder

7dreamsrealestate@gmail.com

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Life is one, play it hard

Un sogno chiamato America

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Life is One, Play Hard

Sono tornato in America da turista diverse volte dopo il 2002. Sentivo il bisogno di conoscere, vedere e capire.

L’esperienza maturata durante i 7 mesi che ho trascorso a Los Angeles è stata molta, ma nello stesso tempo così poca da sentire irrefrenabilmente il bisogno di avvicinarmi ancora, quanto più possibile a quella realtà. Era il 2010, e il mese di Luglio era particolarmente caldo. Mi trovavo a Milano ad un convegno formativo. Durante il pranzo, un imprenditore vicentino mi racconta di aver sentito parlare di una situazione particolarmente favorevole per gli investimenti immobiliari negli Stati Uniti. Inizia a buttare numeri sul tavolo che solo a sentirli, mi veniva da ridere. Sorridere, è meglio dire. Si perché una persona che ride in una simile situazione, dà per scontato che ciò che sente sia inverosimile,  prendendo come unica verità il proprio modello del mondo o, quanto meno, ciò che rientra nelle proprie esperienze vissute. Il mio sorridere in effetti era una via di mezzo tra lo stupore assoluto e la curiosità di voler sapere tutto su quell’argomento a costo di scoprire che potesse essere tutto assolutamente falso. Onestamente un’ombra di incredulità c’era. Ho ascoltato il suo racconto con molto interesse ma inevitabilmente, anche con molto distacco. Si parlava purtroppo per sentito dire, pochi riferimenti a fatti concreti. Pur essendo  il racconto intriso di input molto interessanti, il mio interlocutore non aveva la minima esperienza diretta, tanto che ogni domanda che mi saltava in mente (è stata una tempesta….) non avrebbe potuto trovare risposta.

Ho ripensato tutto il pomeriggio al suo racconto e se nella sala convegni avessi avuto una minima connessione wii-fi accettabile, credo che avrei passato il pomeriggio a documentarmi.

Dopo il mio primo viaggio negli Stati Uniti e l’esperienza lavorativa da EOM, avevo iniziato a sentire un irrefrenabile voglia di tornare in America e cercare la mia strada in quella nazione carica di opportunità straordinarie.  Alla fine del corso, poco prima della mezzanotte, anziché rientrare in camera decisi di prendere una boccata d’aria nel piazzale antistante l’Hotel.

La serata era afosissima e il corso ci aveva stancati molto. Quasi casualmente, mi fermai a parlare con una persona che avevo conosciuto tempo prima ad un altro corso formativo. Mai avrei potuto immaginare mi potesse dare il “LA” per mia straordinaria avventura. Per una magica coincidenza quella persona iniziò a parlarmi degli USA e, incredibilmente, dello stesso preciso tema di cui mi ero inebriato a pranzo. In pochi minuti riuscì a rispondere a tutte le domande che avevo dovuto soffocare poche ore prima, riuscì a darmi tutti i riferimenti mancanti del racconto: fu una conversazione illuminante! Dal giorno dopo cominciai subito ad approfondire. Iniziai a cercare riferimenti concreti, esperienze di successo assimilabili e sopratutto, replicabili. Sentivo che si stava aprendo una porta straordinaria verso quella che, in quel momento, era un’incredibile opportunità.

Sinceramente ci sarebbero potute essere 1000 ragioni per decidere di non realizzare un sogno. La paura avrebbe potuto prendere decisamente il sopravvento e mi sarei potuto raccontare infinite storie trovando altrettante scuse per non fare ciò che avrei voluto assolutamente fare.Mi venne in mente un frase che mi disse Eric l’ultimo giorno di internship prima di lasciare il suo studio di Los Angeles. LIFE IS ONE, PLAY HARD.

Dopo 10 giorni ero su un volo per Tampa in Florida pronto per il mio primo corso di Real Estate.

arch. Simone Galiberti

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7 Dreams Real Estate Share Holder

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Il Co-Working e l’Immobiliare – Fabio Burlando

deskmag-coworking-3342L’isolamento sociale prodotto dalla tecnologia e dai social networks ci ha portato ad essere sempre più isolatamente vicini. Siamo sempre connessi, siamo sempre in contatto, ma virtualmente.
Abbiamo in questi anni ritrovato vecchi amici, compagni di scuola ormai dimenticati, abbiamo anche allacciato nuove sinergie con colleghi professionisti diversi da noi, con i quali abbiamo condiviso idee, punti di vista, emozioni e opinioni.

Si è creata una socialità virtuale che ci ha però causato un grave carenza di contatto umano vero.

Non ci respiriamo più, non ci tocchiamo, non ci guardiamo più nelle palle degli occhi, non condividiamo più gomito a gomito.

Poi è arrivata la crisi globale e ci troviamo a dover ripartire dal basso, a riorganizzarci, a dover trovare la capacità di riunire le forze, le esperienze, le competenze eterogenee per sviluppare progetti condivisi.
Allo stesso tempo la carenza di risorse, l’impossibilità di trovare sostegno finanziario ha messo a dura prova la sopravvivenza sia delle grandi che delle medie imprese, come dei piccoli imprenditori.
Per non parlare dei giovani, nuovi nel campo del lavoro, che si trovano dopo anni di studio una società che non li recepisce.

Ma che centra tutto questo col titolo dell’articolo?
Come il coworking può essere una opportunità per chi vive di mondo immobiliare?
Mannaggia se c’entra! Scusate..

Il coworking nasce negli Stati uniti una decina di anni fa e si sviluppa in Italia intorno al 2008.
Free-lance, lavoratori nomadi, professionisti senza mezzi bisognosi di uno spazio attrezzato dove trovare e usare infrastrutture per la propria attività, trovarono il loro ideale habitat in questi luoghi minimalisti, arredati con scrivanie distribuite disordinatamente in locali open-space. Sovente si tratta di capannoni industriali dismessi, piuttosto che grandi uffici di grandi aziende delocalizzate.
I centri coworking hanno trovato, in origine, “il loro perché” in una economia di scala che ha permesso ai cowo-managers di contenere i costi di gestione degli spazi.
Allo stesso tempo i frequentatori, i cosiddetti coworkers, hanno trovato un luogo attrezzato da usare e da pagare solo quando effettivamente serve loro. Un sistema basato sulla totale elasticità e sul contenimento dei costi di utilizzo.
Con l’uso promiscuo degli spazi è cominciato ad accadere che professionisti con competenze diverse si sono trovati a lavorare fianco a fianco; hanno iniziato a confrontarsi, a parlarsi ed a comprendere che c’era la possibilità di sviluppare progetti condivisi.
Ed ecco che il valore aggiunto degli spazi di coworking è diventato la sinergia.

Da esperienze isolate si è passato, anche per il coworking, a sviluppi di rete: THE HUB (qui l’esempio di Milano) è diffuso in tutto il mondo e si riconosce per le sue prerogative in ambito sociale.
In Italia possiamo vantarci di avere TAG, acronimo di Talent Garden, il giardino dei talenti: nata dalla felice intuizione di Davide Dattoli (sua intervista su YOUTUBE dove esprime tanti concetti qui da me ribaditi), un giovanissimo bresciano che dal soggiorno di casa sua è passato a riunire i suoi amici “smanettoni” prima in un locale open-space nella sua città, poi a creare una rete diffusa di una decina di centri in tutta Italia.
Proprio oggi, 18 novembre 2013, Genova inaugura il suo TAG: non più tardi di una settimana fa niente meno che NEW YORK ha accolto questa felice realtà e nascerà lì il primo coworking italiano esportato. TAG è una realtà specificamente dedicata alle start up digitali.

Vivendo di Real Estate da quasi 30 anni, essendo cowo-manager dal 2009 nella rete COWORKING PROJECT,

penso che anche il mondo immobiliare dovrebbe implementare questo modello di business.
La mia esperienza di coworking nasce quattro anni fa quando mi ritrovai gli spazi della mia azienda parzialmente inutilizzati perché l’organico in poco tempo si ridusse.

Il bivio che mi trovai davanti fu:

Fabio Burlando

Fabio Burlando

– reintegro l’organico;
– sposto l’azienda in locali adatti alle nuove e ridotte esigenze;
– utilizzo la struttura esistente in modo differente.
Procedetti per questa terza e ultima opzione con il metodo coworking senza pormi il vincolo di accogliere soltanto professionisti collaterali alla mia attività.
E senza cercarlo… ho provato cosa significa serendipity: fare scoperte piacevoli per puro caso, assistere a come possano accadere opportunità inaspettate.

Con i cowokers ospitati sono nate in questi anni alcune esperienze collaborative.

Si sa… la necessità aguzza l’ingenio. E se la crisi ci attanaglia dobbiamo trovare soluzioni per reagire.
Dobbiamo guardarci attorno, collaborare, trovare sinergie; non soltanto tra noi, ma anche con quelle professionalità diverse e lontane dalla nostra.

Ho partecipato allo start-up weekend di Genova lo scorso settembre, negli spazi del nascente TAG: mi sono trovato in mezzo a un centinaio di giovani e meno giovani, ognuno con una propria idea da sviluppare, ognuna diversa dalle altre e non per forza in ambito digitale. Dopo una prima selezione 10 idee sono state scelte e gli intervenuti si sono riuniti in gruppi: tutte persone tra loro sconosciute fino a quel giorno, che riunite intorno a 10 tavoli in 2 giornate intensissime hanno sviluppato cose impensabili.
Non avete idea dell’entusiasmo, dell’eccitazione, del desiderio di lavorare insieme per crescere che si respira!
E questo non sarebbe possibile se non ci fosse eterogeneità di vedute e di esperienze, di studio e di professione.
E’ stata per me una esperienza fantastica; che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto pensare quanto sarebbe meraviglioso organizzare uno startup weekend immobiliare!

Il mondo del Real Estate ha ancora enormi spazi di crescita.
Altro che mercato morto e saturo!
Quasi il 60% del venduto immobiliare non viene mediato!
La collaborazione da noi è ancora quasi tabù.
Condividere una vendita con un collega viene detto in gergo “fare la mezza”, mentre negli USA la vendita “chiusa” dal mediatore che procura l’immobile e pure il suo acquirente viene detta “fare la doppia” a significare quanto è assolutamente normale concludere un affare in condivisione con altri agenti immobiliari.
Questo triste raffronto è sicuramente specchio di un malvagio limite culturale tutta italiano che nasce da quella carenza di comunicazione che lo spirito di condivisione….

L’aria che si respira nei centri coworking non può che essere di aiuto per abbattere quelle barriere individualistiche che fanno da freno a mano tirato, non soltanto per la nostra attività ma anche per la nostra maturità sociale. 

Fabio Burlando

Acropoli Immobiliare

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