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Irlanda, finita la sbronza si sveglia di nuovo povera

Recessione e crac immobiliare, i dublinesi tornano a emigrare

Blackhorse, periferia imperfetta a poco meno di due chilometri dalle mura secolari del Trinity College e dai negozi eleganti di Grafton Street, è il quartiere in cui Dublino ha seppellito i propri sogni. I tetti all’orizzonte formano una linea irregolare, piena di punte, come l’elettrocardiogramma di un giorno che muore.

La torre di otto piani pitturata d’azzurro all’angolo di Tyrconnell road, dove il canale scorre sotto la strada per ricongiungersi con il fiume Liffey, è completamente vuota. Gli uffici sono abbandonati, le finestre delle case murate e il filo spinato recinta il corpo solitario di quello che avrebbe dovuto essere un giardino. Di fianco una batteria di villette costruite tra la chiusa e la pista ciclabile. Una su due è vuota. Poche centinaia di metri più in là lo scheletro di un palazzo di quattro piani. Prati e silenzio, rotto solo dal battito di ali dei gabbiani, carcasse di ferro. Un grande cartellone bianco, facendo eco a venti annunci gemelli che riempiono la strada verso Sud, grida inutilmente: «For Sale», in vendita. Mezza città lo è. Ma dopo la sbronza degli Anni Novanta e dell’inizio del nuovo millennio nessuno vuole più comprare. Il mercato immobiliare è crollato del 37% in tre anni, mentre il debito delle famiglie, schizzato al 104% del reddito disponibile nel 2007, è arrivato al 194%. La disoccupazione è salita al 13,7% – circa quattrocentomila persone – e i lavoratori del settore costruzioni, l’orgoglio di un Paese con meno di 4 milioni e mezzo di abitanti, sono passati da 269 mila a 125 mila. «Vivevamo felici nel nostro Dolce e Gabbana style. Ci siamo ritrovati all’improvviso con le tasche vuote».

Nel tavolo d’angolo della catena italiana Carluccio’s, Fergal McCarthy, 37 anni, artista concettuale che ha fatto innamorare New York, sorseggia un tè bollente. E’ lungo, magro, ha mani sottili e occhi inquieti. La sua installazione, Liffeytown, è diventata un caso internazionale. Un’idea semplice e perfetta. Ha costruito 42 casette rosse e verdi tagliate come quelle dei monopoli e le ha distribuite lungo il fiume, lasciandole in balìa della corrente. Il Titanic della sua generazione. «Eravamo in preda a una febbre contagiosa. Nei pub non si parlava d’altro che di case. Quante ne hai comprate? Hai preso i mobili? Qual è il prossimo investimento che fai? C’era la piena occupazione e il mercato immobiliare saliva senza smettere mai. Era impossibile rimanere lucidi con le banche che concedevano mutui al 100% senza garanzie e i giornali e il governo che spingevano a comprare». Negli Anni Novanta prendevi un appartamento per centomila euro e l’anno dopo ne valeva centocinquantamila, quello successivo duecentomila, poi duecentocinquanta, trecento, in un vortice senza fine, euforizzante, completamente fuori controllo. «Così chiunque rifinanziava il proprio mutuo e la banca si accontentava della nuova casa come garanzia. Investimenti sicuri che moltiplicavano i soldi». I genitori regalavano appartamenti ai figli come se fossero giocattoli. I ragazzi irlandesi passavano i weekend a New York e facevano compere a Londra e a Parigi. «Per questo parlo di Dolce e Gabbana style. Ci sentivamo meravigliosi e indistruttibili. E’ allora che mi è venuta l’idea dell’installazione. Era un grido, un modo per dire: ehi, siamo sicuri che non stiamo vivendo in un mondo drogato? Naturalmente con l’economia in crescita nessuno la voleva mettere in mostra». Le gru delle imprese di costruzioni ridefinivano il profilo di Dublino. Poi il costo del denaro è salito di colpo, il valore degli immobili è crollato e Liffeytown è diventata di moda. «Perché nelle bolle speculative si entra uno alla volta, ma si esce tutti insieme».

Gerard O’Connor, 40 anni, ex impiegato di banca, racconta la sua storia a Grafton Street, davanti a un palazzo su cui hanno appeso un lenzuolo che dice «gli affitti alle stelle hanno ucciso il nostro lavoro». Sposato, un figlio, un lavoro fisso, O’Connor era certo di avere tra le mani la lampada d’Aladino del mercato. «Ho comprato tre case. Con tre mutui diversi. Due le affittavo. Spendevo come un pazzo, tanto c’erano i muri a garantirmi il futuro». Il frullatore della felicità, una lavatrice che girava a un ritmo che escludeva il pensiero. «Nel 2008 mia moglie mi ha lasciato e mi ha buttato fuori. Io non avevo più soldi per pagare i mutui. Sono fallito, ho fatto bancarotta e per i prossimi sette anni non potrò più chiedere un euro di prestito». Sette anni. Prima della crisi erano 15, poi il governo ha capito che doveva intervenire. Sono falliti i singoli, sono fallite le imprese, il Tesoro ha protetto le banche iniettando 50 miliardi di denaro pubblico e indebitando ogni singolo cittadino per diecimila euro. Ora il primo ministro Brian Cowen è pronto a presentare la nuova manovra da quattro miliardi. Lacrime, tasse e stipendi pubblici tagliati di un quinto. Solo le imprese si salveranno. Gerard O’Connor si prende la testa tra le mani. «Credo che cercherò lavoro in Australia». L’esodo che ritorna, come negli Anni 80, centomila irlandesi hanno la valigia pronta.

Eppure l’economia del Paese è agonizzante ma ancora in vita, l’Europa non sarà costretta salvare Dublino. Secondo l’agenzia Moody’s, che lo scorso luglio ha tagliato il rating dell’Irlanda, «non ci sono problemi di liquidità nel breve termine» e Marko Kranjec, membro del consiglio direttivo della Bce, aggiunge che «il piano del governo appare credibile, non esiste una crisi stile Grecia». In una villetta vuota di Blackhorse Rebecca Nelson, agente immobiliare fallita, si appoggia a un muro davanti a un camino che nessuno accenderà mai. «Questa l’avevo comprata per me. E’ in vendita». Ha 39 anni, capelli biondi che le scendono sulle spalle, il viso bianco di una bambina. Si accende una sigaretta e lascia scivolare lo sguardo nel nulla. «E’ un’altra vita. Dobbiamo ricominciare tutto da capo».

Autore: Andrea Malaguti

Fonte: LaStampa.it

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201010articoli/59152girata.asp

 

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Nomisma, “congiuntura immobiliare in Italia”

(Teleborsa) – Roma, 27 nov – In un contesto globale dove la caduta dei volumi delle attività economiche è stata enorme, i dati della contrazione nei mercati immobiliari globali sono stati impressionanti: nel solo 2008 gli investimenti in immobili per le attività economiche sono calati nel mondo quasi del 60% e nei primi tre mesi del 2009 si sono praticamente azzerati. Lo si legge nel terzo rapporto sul mercato immobiliare pubblicato dal Nomisma.

Solo successivamente si è iniziato a notare una certa ripresa, anche se si è ancora lontani dai volumi di compravendite precedenti la crisi.

In Italia è accaduto qualcosa di simile, ma limitatamente al segmento su cui operano investitori istituzionali come i Fondi Immobiliari.

Anche per questi è valso l’effetto di deleveraging che ha prosciugato l’ammontare globale degli investimenti, con la conseguenza che le poche operazioni effettuate si sono realizzate con consistenti sconti sui valori del 2007 e al prezzo di yield elevati che solo recentemente hanno iniziato a stabilizzarsi.

Occorre al proposito osservare che, mentre nel settore residenziale o in quello in cui si svolgono le operazioni al dettaglio e che riguardano gli investitori non istituzionali i prezzi medi sono calati leggermente assieme ai canoni di locazione, ben più consistente è stata la riduzione dei valori nel caso delle operazioni di maggior taglio, così che i rendimenti nella fase acuta della crisi sono schizzati verso l’alto, ma oggi paiono.

In termini di valore economico l’effetto della riduzione (forte) dei volumi e (debole) dei prezzi si è tradottoin un consistente prosciugamento del mercato immobiliare che cala da un fatturato di oltre 150 miliardi di Euro nel 2007 a circa 110 miliardi di Euro nel 2009 con un arretramento di circa il 30% nel biennio.
Il terzo trimestre, infatti, si chiude, come osservato, con un contenuto ma ulteriore calo delle compravendite di abitazioni, più marcato a Firenze, Milano e Torino, un calo che, se lo si cumula a quello dei trimestri precedenti, significa che oggi la dimensione del mercato della casa nei capoluoghi è inferiore del 30,8% rispetto all’inizio del 2007, così come nei comuni non capoluogo è inferiore del 32,1% sempre sul 2007, ovvera prima dell’inizio della crisi.

Fra gli immobili per le attività economiche solo quelli ad uso produttivo hanno dall’inizio 2007 un andamento meno negativo di quello della casa, anche se l’ultimo trimestre ha segnato pure per questi e anche per gli altri a destinazione “economica” un passaggio più duro rispetto al settore residenziale.

Per tutto il comparto per l’impresa è stato nel Nord del Paese che le transazioni sono maggiormente calate. Il produttivo da inizio 2007 registra così un calo delle transazioni del 26,2% mentre terziario e commerciale scendono addirittura del 38%.

Anche il terzo trimestre del 2009 per gli immobili d’impresa è stato mediamente assai negativo e spicca in senso negativo Milano dove la contrazione del mercato (rispetto al terzo trimestre del 2008) per tutte le tipologie immobiliari si colloca ben sopra il 30%.

L’indicazione macroeconomica fondamentale sostiene che il punto più basso della recessione sarebbe stato toccato nel marzo-aprile di quest’anno e da allora i segnali di recupero si sono intensificati. Restano sul tappeto italiano temi di criticità come la fragilità del sistema finanziario, l’insufficiente espansione del credito, l’entità del debito pubblico, l’aumento della disoccupazione o l’inadeguato aumento della produttività, ma anche indicatori promettenti come la ripresa della crescita del PIL, della produzione e della domanda.

Il mercato immobiliare internazionale pur importanti eccezioni sembrerebbe stabilizzarsi e progressivamente tornare ad espandersi, anche se permangono molte incertezze sul fatto che abbia o meno imboccato decisamente la via della crescita. In Italia la situazione è ugualmente incerta. Gli investitori ancora oscillano fra la forte preferenza per la liquidità elaborata nel momento peggiore della crisi e aspettative non rialziste sui valori. Gli utilizzatori ancora non vedono nell’espansione dell’economia le condizioni per tornare a investire e ad espandere l’occupazione.

Le necessarie politiche di rilancio latitano fra la scarsa consapevolezza della rilevanza macroeconomica che avrebbero e le difficoltà tecnico-politiche di cui si sono avuti esempi nei piani casa annunciati ma sin qui arenati nonostante fossero stati proposti, anche e soprattutto, in termini anticongiunturali.

Restano così consegnate al naturale riavvio dei meccanismi di investimento-utilizzo le possibilità di una rapida ripresa dopo lo shock di una crisi che nel volgere di due anni ha ristretto il mercato, combinando l’effetto prezzo e quello quantità, in misura certamente superiore al 30%.

Fonte: Repubblica.it

http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20091127&fonte=TLB&codnews=688

Cina, gli analisti temono bolla immobiliare

Non c’è pace per l’economia asiatica. In un clima piuttosto tormentato, fondato sulle aspettative che siano proprio le economie emergenti del Continente a trascinare il mondo al di fuori della recessione, si accumulano i timori che l’economia cinese possa attraversare una crescita meno impetuosa del previsto. A sostenere queste ansie, arrivano nelle ultime ore delle nuove analisi sui pericoli del settore immobiliare.

L’immobiliare cinese è infatti nuovamente in forte crescita, anche se diversi osservatori (per lo più occidentali) stanno avvistando segnali preoccupanti circa l’emersione di una nuova bolla speculativa.

Ad accorgersi del pericolo anche la stampa asiatica, con il quotidiano China Daily che si è soffermato su questo patema commentando il conseguimento di una crescita dell’1% nel business del settore, dopo un decremento lungo oltre sei mesi.

Secondo gli osservatori, questo trend incrementante potrebbe presto giungere al capolinea.

Autore: Roberto

Fonte: Vostrisoldi.it

http://mutui.vostrisoldi.it/articolo/cina-gli-analisti-temono-bolla-immobiliare/1937/

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