Il rischio di un vuoto generazionale nell’immobiliare

Una delle riflessioni più interessanti che è venuta fuori da una delle ultime aule a cui ho partecipato, e dal successivo confronto con un caro collega, è quella per cui non si può fare a meno di notare come l’età media degli agenti immobiliari in Italia sia inesorabilmente destinata a crescere.

Il motivo è semplice, se agli inizi degli anni 2000 il settore era promessa di grandi guadagni e, soprattutto, di non eccessivi sforzi, oggi l’immagine che da di sè la categoria è quella di essere operatori economici dai guadagni incerti e, finalmente, di svolgere una professione assolutamente non semplice. Da ciò ne consegue che sempre meno giovani si avvicinano all’attività, che sempre meno agenzie hanno voglia e tempo di preparare nuove generazioni di agenti immobiliari, che il mondo degli under 30 e quello immobiliare sono sempre più distanti.

Del resto, ogni iniziativa di rilancio del settore cerca di sfondare la barriera degli under 35 (pensate soltanto alle previste agevolazioni fiscali dal leasing immobiliare), e di riavvicinare una intera generazione al concetto di casa, perché si corre il rischio di perdere una intera generazione.

In effetti, non è soltanto l’attività di agente immobiliare a non essere più appetibile per i millennials, ma è la casa stessa a non avere più appeal. Possedere una casa per questa generazione non è fondamentale, come non lo è possedere un auto, o tutte quelle cose che fino alla generazione precedente si definivano status symbol.

La generazione delle revolving, di Pay Pal, delle app vuole tutto subito e a consumo, finché gli serve.

Allo stesso modo cerca lavori dal guadagno pressoché immediato, dove l’attività possa essere svolta dal loro iPad e la gestione della loro quotidianità possa essere comandata dal loro iPhone.

Ed è giusto che sia così, aggiungo io.

C’è stato uno strappo generazionale fortissimo, tanto forte quanto latente e poco evidente poiché sovrastato dalla miriade di problemi che la situazione economico sociale ci impone quotidianamente.

Cosa si può fare allora per riavvicinare i giovani al real estate?

Innanzitutto, bisogna affrontare un percorso di adeguamento tecnologico importante, che veda una innovazione complessiva di strumenti e soprattutto di processi come mai prima d’ora.

Non siamo di fronte all’era del passaggio dalla carta al personal computer, siamo di fronte ad un evento ben più epocale, quello della ridefinizione stessa di ambiente di lavoro.

L’ufficio, ad esempio, non sarà più un posto dove accatastare scrivanie e seggiole ma la casa luminosa (quanto viene sottovalutata la luce nelle agenzie immobiliari, ahimè) dove incontrare i colleghi, ricevere i clienti, trovare il giusto ambiente per dedicarsi alle attività che necessitano macchine da ufficio condivise e sempre funzionanti, ma sempre per il tempo strettamente necessario.

Questo primo step creerà i presupposti per un ambiente ospitale che possa attrarre una generazione abituata a trascorrere il proprio tempo negli Apple store o che sogna quegli uffici che vede nelle serie televisive di Netflix (in tal senso abbiamo tanto da imparare dagli architetti, ad esempio), che possa sentirsi protagonista e valorizzata, che incontri un mondo che parli il loro linguaggio.

Se i giovani torneranno a frequentare le agenzie immobiliari, saranno nuovamente ambasciatori verso i propri coetanei e parleranno di un nuovo modo di approcciarsi all’immobiliare, che porterà i nati dal 1980 in poi ad essere i futuri acquirenti (ripresa occupazionale permettendo) di un parco immobili che di conseguenza dovrà essere rinnovato per essere all’altezza della visione che i giovani di oggi hanno del mondo di domani (ma di questo ne parlerò un’altra volta).

A.R.

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Pubblicato il 9 marzo 2016 su Post. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. articolo interessante da approfondire

    nicole sella
    http://www.donnaimmobiliare.it

  2. condivido in pieno Andrea! io ho 27 anni ( e da 7 faccio l’agente ) e noto la differenza in ogni occasione di confronto con i colleghi “anziani”… il problema che a pagarne le spese sono i clienti! 😦

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