La crisi continua e lo Zio Sam resta senza Casa

Ho incontrato Peter per la prima volta una settimana fa. Di mezza età, a New York ormai da anni ma non abbastanza per perdere l’accento un po’ comico che la Russia infligge a chi vuole parlare la lingua del vecchio nemico.

Peter fa il lavoro più difficile nell’America del 2011. Non il netturbino e nemmeno il minatore o il portiere di notte, ma l’agente immobiliare. «I tempi sono duri, anzi durissimi», mi ha detto e la sua faccia rotonda e un po’ rubizza si è contorta in una smorfia di dolore. Quasi a confermare la sua disperazione, Peter ha cominciato a tempestarmi di messaggini ed email per implorarmi di affittare un appartamento che sa benissimo che non prenderò mai (pur essendo un emigrante, io, a Little Italy, con le sue trattorie da film di Scorsese e «prosciut» sul menu, non ci voglio vivere).

Di solito, gli agenti immobiliari non ispirano simpatia, né tantomeno compassione, ma Peter e i suoi colleghi in prima linea nel mercato delle case Usa sono le vittime di uno dei paradossi dell’America del dopo-crisi. A prima vista, l’economia statunitense si sta riprendendo abbastanza bene, anche se lentamente, dalla Grande Recessione del 2007-2009. L’anno passato, la crescita del prodotto interno lordo statunitense è stata di un rispettabile 2,8%, e nel 2011 la Federal reserve pronostica un’accelerazione fino al 3,5 – un’ ottima velocità di crociera per il Paese. I tassi d’interesse sono bassissimi e persino il mercato del lavoro – la mina vagante per le chances di rielezione del presidente Obama nel 2012 – ha incominciato a dare segnali di vita.

I mercati se la stanno godendo – lo Standard & Poor’s 500, l’indice-guida, è aumentato di più di un quarto in solo sei mesi – e anche Wall Street sorride, con migliaia di banchieri pronti a celebrare i loro bonus prima della fine del mese. Putroppo, l’invito a questa bella festa per la ripresa dell’economia più grande del pianeta non è arrivato al settore immobiliare. A più di tre anni dall’inizio di un terremoto economico che ebbe il suo epicentro proprio nel mercato delle case, la ricostruzione deve ancora iniziare. Visitare i sobborghi fantasma delle grandi città americane – pieni di negozi sbarrati, case deserte e desolati cartelli «for sale» (in vendita) – è un viaggio in un’altra America, lontana anni luce da Wall Street e la Borsa di New York. In questo Paese non si parla di bonus milionari dei banchieri e nemmeno dei nuovi record dello S&P 500, ma del fatto che le ultime notizie dicono che i prezzi delle case sono crollati in tutte le 20 più grandi città americane per la prima volta in quasi un anno. Nei dintorni di Los Angeles, Las Vegas e Miami, le statistiche economiche non sono fonte di speranza come alla Casa Bianca. Al contrario, nell’America dei diseredati immobiliari, le cifre fanno male.

Cifre come 9, il numero di mesi che ci vorrebbero per vendere tutti i 4 milioni di case «for sale» negli Stati Uniti – un’eternità nel mercato depresso di oggi. O come il 1966, l’ultimo anno in cui ci furono meno vendite di case che nel 2009. Il vero pericolo per gli Usa, e quindi le sorti dell’economia mondiale, è che la ripresa si fermi sulla soglia di casa dell’americano medio.

Senza la sicurezza finanziaria di un tetto sulla testa e la consapevolezza che, qualsiasi cosa succeda, quei muri e mattoni qualcosa valgono, Joe e Jane Blog (i cugini americani dei nostri Signori Rossi) non vorranno cambiare macchina, comprare un televisore al plasma o prenotare le vacanze in Messico. Su questo punto, una volta tanto, gli economisti hanno poco da contribuire. Nel loro mondo, è difficile affrontare una situazione in cui ci sono problemi sia di domanda che di offerta.

Di offerta, ho parlato – ci sono tante, troppe case sul mercato e i prezzi continuano a scendere – ma la situazione della domanda è forse peggiore: nononstante gli sforzi del governo, milioni di americani non hanno né le risorse né la volontà per pagare il mutuo.

Studi seri stimano che 12 milioni di americani sono molto indietro con le rate del mutuo – una proporzione enorme della popolazione – mentre altri 8 milioni fanno fatica a tenersi in pari. Nouriel Roubini, che è diventato un guru dopo aver predetto l’implosione del mercato immobiliare in tempi non sospetti, parla della possibilità che più di 11 milioni di persone smetteranno di pagare i loro mutui nei prossimi quattro anni. Se ha ragione, l’ondata di inadempienze prolungherà un circolo vizioso di perdite per banche, pignoramenti e vendite forzate di case, aumentando la montagna di immobili vuoti.

Vista la situazione, non è una sorpresa che, a dispetto dei prezzi bassi e dei tassi d’interesse praticamente rasoterra, ci sia pochissima gente pronta a comprare casa. Le domande per mutui a dicembre sono state 60 percento in meno del record raggiunto nel 2005, quando l’America era in preda al sogno che il valore degli immobili immobili non sarebbe sceso mai.

Siamo, come mi ha detto un esperto l’altro giorno, in «terreno inesplorato». In molte delle recessioni del passato, il mercato immobiliare – le vendite delle case ma anche la costruzione e gli affitti commerciali – è stato uno dei primi a risollevarsi, trascinando con se il resto dell’economia. Pensare che l’America spossa risollevare senza la spinta di un settore così importante sia dal punto di vista psicologico che finanziario, è difficile.

Ci sono state «jobless recoveries» – riprese che sono avvenute senza grandi cali nella disoccupazione perché le aziende hanno tagliato costi e aumentato la produttività – ma non abbiamo veramente mai avuto una «homeless recovery», una risalita senza case. Mi piacerebbe essere il primo a pronosticare un miracolo economico di questo tipo, ma purtroppo devo andare, Peter mi ha appena mandato un altro messaggio disperato.

Autore: Francesco Guerrera – caporedattore finanziario del Financial Times a New York.

Fonte: LaStampa.it

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Pubblicato il 17 gennaio 2011, in Real Estate con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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