Se una bolla tira l’altra

La bolla immobiliare esplosa a Dubai ci dice due cose. Primo. Ricordate la celebre frase di Wiston Churchill citata da Anna Frank? «Non è l’inizio della fine, ma la fine dell’inizio». Questo vale per la crisi. Essa non è più dinamica, imperante, ma c’è ancora. Noi abbiamo tutti pensato che la bolla immobiliare fosse concentrata nelle città americane. Che, cioè, fosse lì che i prezzi dovevano ristabilizzarsi, per tornare reali dopo l’eccesso di offerta di moneta degli anni scorsi. I miei amici economisti «austriaci» (non di nascita, ma della scuola austriaca d’economia) spiegano così le crisi. C’è l’espansione creditizia: a monte, c’è una differenza importante fra quelli che sono i risparmi reali, effettivamente accumulati, e la percezione dell’esistenza di maggiori risparmi. Ciò è possibile grazie al credito, un credito basato su montagne di titoli fasulli, di swap i quali si sono infilati dappertutto (meno in Italia). Le banche centrali invece di morigerare hanno acuito il problema stampando troppo denaro. Così s’innesca l’euforia, l’«esuberanza irrazionale», per usare una icastica definizione di Alan Greenspan: pensando di avere più risorse da investire, si sbagliano gli investimenti. Perché quelle risorse (i titoli tossici) risorse non erano, ma veleno demolitore di ricchezza. E gli investimenti risultano marci in radice. E si specula in fretta, in stato di ebbrezza. È qui che la speculazione diventa pericolosa. Perché speculare non è più quello che il verbo latino suggerirebbe, un osservare che è il prerequisito dell’agire e dell’investire, ma diventa un osservare molto poco. Perché? Perché l’abbondanza di denaro, ovvero il suo costo molto basso, ci consente di sbagliare con relativa leggerezza (relativa è un aggettivo d’obbligo, se si pensa che comunque parliamo di investimenti milionari).
Ora, storicamente questo fenomeno, nelle fasi di picco del ciclo, è andato spesso di pari passo con fasi espansionistiche anche sul piano immobiliare. Per motivi evidenti: se si fanno più investimenti, bisogna avere anche gli spazi per locarli. Per questo, non stupisce molto che questa volta la crisi si sia presentata a noi essenzialmente nella forma di una bolla immobiliare che esplode. Nel caso del Dubai: una bolla di sabbia.
Pensavamo, dicevo prima, fosse successo solo negli Usa. Abbiamo sottovalutato il fatto che nel mondo globale il dollaro era la valuta globale. E che pertanto simili fenomeni si sono avuti un po’ dappertutto. Dubai era un caso strano: una piazza finanziaria che voleva diventare primaria, senza avere la cultura di Londra o le solide istituzioni della Svizzera o un’economia reale vibrante come quella cinese, che va ad accrescere l’importanza di Hong Kong come financial center.
C’è stata una bolla immobiliare senza niente attorno. Anche questa, però, resa possibile dall’errata politica monetaria degli Stati Uniti.
Questa la prima considerazione. Stiamo in guardia. La seconda considerazione è che però, se gli anni a venire vedranno il sistema stabilizzarsi attraverso tante piccole «discontinuità» come queste che osserviamo ora a Dubai, il rischio contagio è limitato. Dubai non è Wall Street, questo è chiaro. E nonostante anche a Wall Street ci vorrebbe ora più che mai più trasparenza e più chiarezza nei bilanci, occorre pure dire che passi avanti nello scorso anno ne abbiamo fatti.
E nel prossimo? Confindustria è ottimista e vede l’Italia tornare a crescere. Il governo ha fatto e sta facendo bene. E fa benissimo ad avere una politica aperta verso i Paesi mediterranei e del Golfo. Per noi quanto è avvenuto a Dubai è un’opportunità. Lo sviluppo di quegli Stati ha bisogno di stabilizzarsi, e questo avviene anche consolidando partnership forti. Grazie a Berlusconi, noi siamo in prima fila.

Fonte: Blogonomy.it

http://www.blogonomy.it/2009/12/03/se-una-bolla-tira-laltra/

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Pubblicato il 3 dicembre 2009 su Stampa Italiana. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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